Masha e il Vento

Masha e il Vento

Masha e il vento

Masha  guarda il disco infuocato  davanti a lei , tira le briglia del suo bellissimo destriero e si lancia al galoppo  vorrebbe corre via , vorrebbe essere in un campo di battaglia a sfidare la morte pur di non avere il tempo necessario per pensare, riflettere.

Ama il Vento  è  l’unico che può avvolgere, stringere con le sue forti e invisibili braccia il suo corpo da dea.

Un’amazzone deve essere libera da ogni legame , una guerriera ama la lotta , la giustizia, il trionfo del bene non può pensare ad allevare un figlio o a vivere un amore .

I suoi capelli neri corvino e ricci sono tra le sue mani , Eolo  potrebbe  rapirla con un suo vortice , ma sa che il cuore di quella donna forte e fiera non gli appartiene.

Amo il vento
battiti d’ali
sulle labbra
lievi e impalpabili carezze
seguono impetuosi abbracci

lascio penetrare
irruenti raffiche
tra capelli
vortici ascensionali
nella libertà silenziosa e schiva

Malinconica compagna
segue cammino
contro la forza della natura
goccia salata scende
soffio improvviso asciuga e tace…

I pensieri di Masha volano verso il cielo.

Eolo li terrà vivi nei suoi vortici, sono il regalo più bello che quella donna gli potesse donare.

Sono petali d’amore eterno.

Masha ,ora, va dove la porta il cuore

verso la libertà.

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 GUFO, GUFETTO…

 Questo un racconto scritto per il Gruppo Artistico Melzese del quale sono onorata di farne parte , oggi lo voglio dedicare al mio unico e stupendo nipotino, Stefano. 

 

 Gufo che ride

Un mattino di primavera Fabio trovò un piccolo gufo nel suo giardino. Era tremante, non aveva vere piume sembrava un batuffolo grigio. Guardò in alto tra le fronde della vecchia quercia, “la quercia dei garibaldini “ come la chiamava nonno Filippo.

Quell’albero maestoso era stato piantato da un suo antenato il giorno che i “Mille “ passarono da Cosenza. Prese il gufetto e lo portò da Carlo il suo amico.

– Carlo guarda cosa ho trovato! – disse entusiasta aprendo lo zaino.

Carlo spalancò gli occhi inorridito :- Un gufo?! La sventura si abbatterà su di te e sulla tua famiglia. Lascialo vicino alla panchina.

– Non ci penso minimamente di lasciarlo. Lo porterò in classe e lo farò vedere alla maestra.- replicò con orgoglio Fabio.

Rimise il piccolo rapace nello zaino e s’incamminarono verso la scuola. Durante il tragitto Carlo tentò invano di convincere l’amico a lasciare quel animale dall’infausta fama.

– Maestra ho trovato un gufo! – gridò Fabio alla vista dell’insegnante.

– Cosa stai dicendo, il gufo è un animale notturno.- rispose la donna con un sorriso.

Carlo intervenne con aria preoccupata :- Sì maestra un gufo vero! Non mi piace e poi , e poi porta sfortuna!

L’insegnate guardò incuriosita nello zaino di Fabio e prese il piccolo gufo impaurito dagli  enormi occhi gialli e sorridendo cercò di  dissolvere le perplessità del suo alunno.

Spiegò l’origine di tale fama, frutto di sciocche  superstizioni e raccontò della grande considerazione che, invece, l’animale aveva presso le tribù dei nativi d’America.

– I nativi d’America ritengono il gufo: simbolo di saggezza , di protezione verso gli uomini dalle forze delle tenebre e dai pericoli della notte. Lo chiamano Aquila Notturna  per la sua vista perfetta nell’oscurità. No, non dovete credere  che porti sfortuna. Noi siamo gli artefici della nostra vita. Ve lo dimostrerò! Ho un’idea chiederemo al preside se lo possiamo tenere sino alla fine dell’anno, così sarà più forte per affrontare il suo primo volo. Che ne dite?

Il coro fu unanime in un:- Sì!-  tranne Carlo che mugugnò. Il preside decise di farlo vedere da un veterinario e lo misero nella voliera vuota che stava nel giardino, anche se  mezza arrugginita era un’ottima dimora per il piccolo gufo.

Quella voliera era la testimonianza dell’amore verso i volatili del maestro Franco, una caro maestro andato in pensione. Era stato lui a costruire la gabbia e per diversi anni aveva ospitato molti uccelli, dalle gazze ai corvi, dai pettirossi ai fringuelli.

Il dirigente pensò bene d’informare il maestro che fu lieto di tornare nella sua vecchia scuola per accudire il volatile e fu affiancato da Fabio.

I giorni passarono veloci e le vacanze ormai erano una prossima realtà. La quinta B, presto avrebbe detto addio alla Scuola Elementare, ma avrebbe detto addio anche al gufo che nel frattempo era cresciuto.

Arrivò l’ultimo giorno di scuola e per l’occasione si organizzò una piccola festa di commiato alla quale invitarono i genitori e il caro maestro Franco.

Venne il momento di liberare il gufo e l’onore fu dato al maestro e a Fabio che lo aveva portato a scuola.

– Vi ringrazio di avermi fatto partecipe di questo evento, vi auguro di continuare i vostri studi con profitto e a te amico alato di vegliare sugli umani  e di volare libero nel cielo stellato. Però prima di aprire questa voliera ragazzi diciamo quella filastrocca che vi ho insegnato? – un sì esplose nel cortile:

– “GUFO GUFETTO

STAI LONTANO DAL MIO TETTO.

IL TUO VERSO FA PAURA

SENTIRLO PORTA SVENTURA.”

 Se sventura porterò

al buon Dio mi rivolgerò.

Non fu Lui che mi creò ?

Dal buon Dio sono andato

e con Lui ho parlato.

– Caro gufo la sventura

è figlia della paura.

Non sei tu il portatore

ma chi crede tu sia l’untore.

– mentre  recitava l’ultimo verso l’anziano maestro aprì la gabbia, i suoi occhi brillavano dalla commozione.

Anacleto, così lo avevano chiamato i ragazzi come il gufo di Mago Merlino, si fermò a guardare poi spiccò il volo.

Si posò sul davanzale della seconda B, guardò giù chi lo aveva aiutato, aprì le sue ali e planò verso i ragazzi quasi a salutarli e via verso la libertà.

Gli alunni della quinta B avevano gli occhi lucidi.

La maestra spezzò quel aria triste con una battuta :- Allora Carlo secondo te Anacleto ci ha portato sfortuna?

Tutti scoppiarono a ridere, lei sapeva in cuor suo che quel esperienza sarebbe rimasta impressa nelle loro menti e nel loro cuore.

Anacleto era cresciuto, ma in quei giorni erano cresciuti anche i suoi ragazzi. La vita li aspettava a braccia aperte come la notte aspettava Anacleto.

 

CARLETTO SMEMORATO

Carletto smemorato è la storia di un bambino che non voleva fare mai i compiti per casa . L’ho inventata in classe per un mio alunno, che nascondeva i compiti,poi arrivata a casa l’ho scritta. Se lo avessi fatto per ogni storia che ho inventato per mio figlio o per i miei alunni ora potrei pubblicare un librone di fiabe.

 

Carletto smemorato

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Carletto non amava andare a scuola e ogni mattina tirava fuori dal cilindro della fantasia:  improvvisi mal di testa, febbricole intermittenti, mal di pancia da urlo.

Stare in classe lo poteva accettare, ma l’impegno dei compiti a casa lo snervava.

Odiava il diario e aveva cercato di farlo sparire, spesso, negli zaini dei compagni o in fondo al tiretto della cattedra, ma  puntualmente se lo vedeva recapitare.

– Uffa! Non voglio fare i compiti. I bambini devono giocare. – ripeteva dentro di sé mentre la mamma  faceva la fatidica domanda: – Carletto che compiti hai per domani?

E lui puntualmente ripeteva:- La maestra non ci ha dato nulla!Uffa! – e sbuffava.

 

Un giorno la mamma decise di vederci chiaro.

Chiese a nonna Camilla di andare a chiedere chiarimenti alla maestra.

 

– Allora mamma cosa ti ha detto la maestra?- chiese la madre di Carletto.

– Figlia mia, quel discolo del tuo figliuolo, ogni giorno, dice alla maestra che ha dimenticato il quaderno con i compiti. La signora pensava di chiamarti, in questi giorni,  per chiederti spiegazioni.

– Cosa! Adesso lo sistemo io il pargolo imbroglione.- esclamò con una smorfia perfida.

 

Al ritorno dalla scuola lo stomaco si sa borbotta e quel giorno Carletto aveva una fame da lupo.

– Mamma quando mangiamo?- chiese schioccando uno dei suoi favolosi baci.

– Scusa Carletto abbiamo mangiato tutto, ci siamo dimenticate di lasciarti: la pasta con il prosciutto a dadini, la cotoletta alla milanese e il budino alla vaniglia. Comunque puoi farti un panino se vuoi.- mentre parlava osservava il viso sbigottito del figlio.

– Come ti sei dimenticata di me? Le mamme non dimenticano i figli!-rispose con il magone che gli strozzava la gola. Riuscì a non piangere, corse in camera e lasciò scendere i lacrimoni a suon di singhiozzi.

– Come può una mamma mangiare tutto e dimenticarsi di suo figlio?- rimuginava non trovando una risposta.

 

All’ora della merenda sentì un delizioso profumo di torta e corse in cucina.

– Dov’è la torta? Ho fame! – gridò strofinandosi le mani.

– Quale torta ? Ah, sì l’ho fatta per Annalisa, papà, nonna, per Max, zia Grazia e zio Filippo, ma… mi sono dimenticata di te. La tua fetta l’ho regalata alla signora Rosalba. Lo sai è una nonnina sola dobbiamo essere gentili.- la sua voce era quasi melodiosa mentre recitava la parte della mamma svampita.

– Mammaaaaaaa! Ma stai scherzando vero!- urlò Carletto con gli occhi pieni di lacrime.

– No!- rispose secca la mamma.

Il piccolo si sentì crollare il mondo addosso e strofinandosi gli occhi si rifugiò nella sua cameretta, pianse tanto e alla fine si addormentò.

 

Fuori era buio pesto quando Carletto riaprì gli occhi e in casa regnava un silenzio tombale.

–  Non mi vogliono più bene questa è la verità. È notte fonda, non mi hanno chiamato per la cena. Papà perché non mi ha chiamato? E la mamma non mi ha dato neppure il bacio della buonanotte. Vogliono più bene ad Annalisa. Adesso che faccio? Mi farò un altro panino.- mugugnando si avviò al buio verso la cucina.

Appena entrò, di colpo, si accesero le luci.

– Sono venuto a farmi un altro panino, perché in questa casa ci si dimentica di me.- fece l’indifferente, ma dentro di sé era meravigliato della presenza dei genitori in cucina.

– Carletto  non hai dimenticato di dirci qualcosa?- domandò pacato il papà, mentre prendeva una fetta di torta.

– Io non dimentico nulla, non sono come voi! – rispose imbronciato il piccolo.

– Innanzitutto rispondi in modo educato. Poi a me risulta che sei un po’ smemorato, dimentichi di fare i compiti ogni giorno.- la mamma mentre parlava aveva un sorrisetto strano di chi la sa lunga.

– Parli proprio tu che ti sei dimenticata di un figlio.- ormai il pianto e la rabbia stavano diventando padroni del piccolo ometto offeso.

– Rispondi educatamente! Spero che ti sia servita la lezione, figlio caro.  Tu hai dimenticato di fare il tuo dovere di scolaro e io e papà abbiamo, volutamente, dimenticato il nostro dovere di genitori. Carletto tu alla tua età devi fare i compiti, questo è il tuo lavoro, il tuo dovere. Una persona responsabile non può dimenticare i doveri e ricordare solo i suoi diritti. – concluse la mamma stringendoselo a sé.

– Allora mi volete ancora bene?- sussurrò timoroso della risposta.

– Sciocco, sei il nostro amore!- affermò abbracciandolo il papà.

– Da oggi in poi devi fare i compiti non per far contenti noi, ma per il tuo avvenire.- continuò il papà – Ora la mamma ci preparerà da mangiare.- e gli arruffò i capelli.

Guardò il papà e poi la mamma e sorrise, anche loro non avevano mangiato pensò.

– Non potevamo cenare sapendo che tu eri a digiuno.- esclamò la mamma, come se avesse letto i suoi pensieri.

 

– Che succede?- era la piccola Annalisa che si era svegliata sentendoli ridacchiare.

– Cose da grandi.- rispose Carletto abbracciandola.

 

 

Un racconto dei Birba: “Accidenti alla pallina “rimbalzina” !

Accidenti alla pallina rimbalzina di Pierluigi

Nicola è  invidioso del suo cane, ma  perché?  Diablo  non fa i compiti, non deve lavarsi  i denti, non si alza presto la mattina , non si prepara la cartella, non porta fuori l’immondizia, ma soprattutto NON VA SCUOLA!  È il cucciolo di casa , tutti lo amano, lo coccolano, lo portano a spasso , tranne Nicola. Invece Diablo  regalerebbe  un osso pur di seguirlo la mattina quando sparisce con quel fagotto sulle spalle , è sempre triste e nervoso.

  • Hai finito di fare i compiti?- chiede la mamma dalla cucina.
  • Sì – risponde seccato Nicola.
  • Io devo andare dalla sarta , mi raccomando stai buono con Diablo non fate guai. Nicola mi raccomando non andare nel laboratorio di papà, l’ultima volta hai fatto scoppiare un incendio. Sono stata chiara?- strilla mentre esce.
  • Ecco lo sapevo devo fare da balia al “pulcioso”- brontola il bambino.

Appena la mamma esce Nicola corre giù per le scale e apre la porta del laboratorio. Diablo lo segue con la sua pallina “rimbalzina”  tra i denti. Il piccolo cerca di richiudere la porta , ma è troppo tardi il “ pulcioso” è dentro. Abbaia e fa cadere la pallina “ rimbalzina”. Oh no! La pallina inizia a saltare di qua e di là. Nicola la insegue, inseguito a sua volta da Diablo. Il cane è felice di giocare con il suo padroncino,  urta la pallina  con la zampa  e  la fa finire sul pulsante rosso del raggio laser!

  • No! Ora cosa accadrà?- pensa

Nella stanza si sente un rumore simile al decollo di un aereo, passa un secondo e dal tubo esce un raggio che rimbalza da uno specchio all’altro. Nel laboratorio, purtroppo, ci sono molti specchi per gli esperimenti . Il raggio è sempre più infuocato Nicola cerca di evitarlo, ma si scontra con Diablo ed entrambi vengono avvolti dalla sua luce accecante. Svengono e al loro risveglio non ricordano nulla. Il bambino si guarda intorno ed esce velocemente dal laboratorio spingendo Diablo, ricordando le parole della mamma.

  • Come siamo finiti nel laboratorio di papà?- domanda al suo cane che incurante va verso la ciotola dell’acqua.
  • Anch’io ho tanta sete – beve due bicchieri d’acqua, ma si sente ancora accaldato, chissà perché.

Rientrano tutti, cenano e dopo un po’ a  Nicola ordinano di andare a letto. -Uffa io devo andare a letto presto! Mentre il “pulcioso” sta sul divano tra mamma e papà- pensa infuriato. – Lavati i denti – gli ricorda la mamma – Poi passo a darti il bacio della buonanotte. Alla mattina Nicola si prepara per andare a scuola, prende la cartella, saluta la mamma, fa finta di tirare un calcio a Diablo  – Ciao “pulcioso”!-  e gli fa le boccacce. Lungo la strada incontra Luca, il suo compagno di banco, lo saluta saltandogli sopra e leccandogli la faccia. Luca seccato gli grida:- Che schifo? Nicola lo guarda , sbuffa e alza la gamba vicino all’albero, ma viene interrotto dalle urla di Luca:- Nicola, che fai tu non sei un cane! Spaventato dal compagno corre verso la scuola. Quando la maestra fa l’appello lui risponde, invece del classico “Presente” :- BAU! BAU! I compagni ridono a crepa pelle. Dopo la ricreazione vanno in palestra . Luca tira la palla che finisce in fondo alla stanza e Nicola va per prenderla, ma invece di usare le mani si mette a quattro zampe e dà un colpo con il naso. Tutti ridono,  la maestra impreca :- Nicola! Preoccupata  manda a chiamare la madre per raccontarle il comportamento strano del figlio. Nicola torna a casa con la mamma. In macchina lei gli fa il terzo grado:- Cosa ti sta succedendo? Perché  ti comporti stranamente? Ma ti senti bene ? Hai la febbre? Hai mal di pancia?Ti gira la testa? Dai dillo a mamma. Stasera chiamo la pediatra. A pranzo la mamma chiama tutti :- Venite è pronto. Nicola invece di sedersi a tavola corre verso la ciotola. Mentre Diablo salta sulla sedia , appoggia le zampe sul tavolo e inizia a mangiare la pastasciutta . Marta, la sorella di Nicola,vedendo la scena sbraita :-  Mamma vieni! Diablo sta mangiando la pasta di Nico! E Nico sta mangiando i croccantini di Diablo| Inizia il fuggi fuggi generale! Diablo e Nicola spaventati dalle urla di Marta e della mamma scappano verso la cameretta e si lanciano sotto il lettino. Sbattono la testa una contro l’altra e all’improvviso si sentono una scossa per tutto il corpo, poi un fischio nelle orecchie e dopo tutto intorno a loro diventa luccicante.

  • Dove siete finiti? – continua a ripetere la sorellona.
  • Nicola esci. Diablo vieni fuori. Appena lo prendo lo sbatto subito fuori – sentenzia la mamma.
  • Dai non ha fatto nulla di male – cerca di calmare gli animi il papà, mentre mangia.
  • Oggi, quel cane se ne va fuori senza mangiare,  l’ha fatta grossa- controbatte la signora stizzita.

Intanto sotto il letto i due si abbracciano e di nuovo hanno la scarica elettrica . Si allontanano ed escono dal loro nascondiglio. Nicola guarda verso l’alto , Marta è altissima.

  • Mamma vieni li ho trovati- la sua voce è da strega.

Il piccolo guarda la sorella :- Marta è cresciuta troppo oggi – pensa. Tenta di parlare , ma gli esce solo :- Bau ! Bau!- sorpreso guarda le sue mani , dove sono? Ha le zampe ! Corre verso lo specchio del corridoio e l’immagine riflessa lo terrorizza. Si è trasformato in Diablo! Salta , abbaia, vuole far capire ai suoi genitori che non è il cane. Spicca salti da un mobile all’altro , scivola sul tappeto e  la televisione finisce a terra. Prende la rincorsa e va contro il vaso di zia Carla che finisce in mille pezzi. Marta cerca di prenderlo , ma lui la evita . Oh no! Anche papà e la mamma lo inseguono , allora non hanno capito nulla . Con la coda dell’occhio vede Diablo comodamente seduto a tavola che mangia la sua pastasciutta . Azzanna i suoi pantaloni e ringhia , sì avete capito bene: Diablo è diventato Nicola e gli ride in faccia!  Il papà lo blocca e lo mette fuori dalla porta :- Ora vai a cuccia monello. Nicola piange , graffia con le unghie la porta , abbaia , ma nessuno lo aiuta. Stanco si accuccia sullo zerbino e piange :- Voglio la mia mamma! Voglio andare nel mio letto, io sono un bambino non sono un cane . Perché nessuno lo capisce. Voglio tornare a scuola! Farò i compiti , sarò buono , ascolterò la mamma . Giuro non farò più dispetti a Marta e non entrerò più nel laboratorio di papà  – piange a dirotto . Scende la sera e sente troppo freddo, ormai non è più estate,  decide di rifugiarsi nella cuccia di Diablo e da lì vede spegnersi le luci dentro casa. Tutti dormono. – Che rabbia io sono qui in questa cuccia puzzolente e Diablo è nel mio lettino morbidoso non è giusto. Io sono Nicola, ma come sono diventato Diablo , accidenti? – inizia a ricordare – Ho capito è colpa del raggio laser . Domani devo cercare di farlo sapere a papà, solo lui mi può aiutare.-stremato si addormenta. All’alba si sente soffocare , apre gli occhi , è tutto pigiato nella cuccia . Riesce a uscire, le gambe gli fanno male, le mani sono addormentate . Le mani? Guarda le mani , guarda i piedi , ma non è più un cane! Corre alla porta e bussa con i pugni :- Mamma ! Papà! Marta aprite! Sono io Nicola , non sono più un cane! È finito l’effetto del raggio laser ! Aprite! Nella casa tutti si svegliano e vanno alla porta . Nicola racconta tutto quello che gli accaduto . Dopo  vanno nella cameretta e trovano Diablo raggomitolato nel letto che dorme beato. Nicola non lo sveglia , lo accarezza :- Ehi amico non ti tratterò più male e quando farà freddo dormirai qui con me, perché ora so quanto fa freddo fuori.   Nicola per colpa di una palla “rimbalzina”  vive per un po’ nel corpo del suo cane, Diablo. L’esperienza gli fa apprezzare la vita quotidiana dell’essere un bambino con tutti gli impegni annessi, compreso andare a scuola. Inoltre  l’esser stato un cane gli permette di vedere Diablo con occhi diversi . Accidenti che può fare una pallina rimbalzando qua e là!

Perdono

27/04/2009
dal mio blog Ambradorata , ricordo che l’ho scritto sentendo una canzone melodiosa ma non ricordo il titolo. Magia della musica.
Perdono
donna-con-fiorie

Ti avevo chiesto umilmente di prendermi  la mano.

Sono rimasta lì, con il palmo verso il cielo.

Tu hai fatto piovere su di me gocce d’indifferenza e l’odore del  nulla mi ha avvolto in una ingenua speranza.

In silenzio ho atteso  la luce del tuo sguardo per potermi specchiare e trovare quella parte infinitesimale persa un giorno,  scandito da una clessidra piena di speranze.

Ora sono io a guardarti,  le mie mani sono colme di fiori  che spargerò sul tuo cuore.

Non cerco il tuo sguardo non riuscirei a specchiarmi.

La tua arroganza ha reso i tuoi occhi opachi, spenti .

 Non ho bisogno degli occhi per vederti, non ho bisogno delle orecchie per sentire la tua voce, non mi servono le mani per sfiorarti, il profumo di te è dentro di me da sempre e le mie labbra conoscono il sapore della tua anima.

Ora, abbassa le palpebre alla luce falsa del mondo e mi ritroverai, nel tuo cuore.

Sono sempre  stata qui, in silenzio ci sono e sempre ci sarò.

L’amore è ascoltare il silenzio di chi si ama, un silenzio che sa raccontare l’anima più di mille parole.

100 parole per un’emozione…

 

Presente infinito

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Il silenzio è padrone del tempo, mentre la luna veglia sui sogni degli umani.

Anime volano senza catene vivendo realtà che il primo raggio di sole farà svanire nella nebbia dell’oblio.

Non c’è passato, non c’è futuro in questa dimensione.

Solo l’attimo, un attimo dolcissimo che fa assaporare emozioni infinite.

Lei vive tra le sue braccia quel amore non confessato al mondo.

Le  mani s’intrecciano fondendosi in una sola vita.

 La vita pulsa nei battiti dei loro cuori ed è amore.

Sfiora quel viso amato, bacia quelle labbra desiderate.

Grida al vento:

-Fermati tempo! Lasciami vivere il mio amore, ora!