GUFO, GUFETTO…

 Questo un racconto scritto per il Gruppo Artistico Melzese del quale sono onorata di farne parte , oggi lo voglio dedicare al mio unico e stupendo nipotino, Stefano. 

 

 Gufo che ride

Un mattino di primavera Fabio trovò un piccolo gufo nel suo giardino. Era tremante, non aveva vere piume sembrava un batuffolo grigio. Guardò in alto tra le fronde della vecchia quercia, “la quercia dei garibaldini “ come la chiamava nonno Filippo.

Quell’albero maestoso era stato piantato da un suo antenato il giorno che i “Mille “ passarono da Cosenza. Prese il gufetto e lo portò da Carlo il suo amico.

– Carlo guarda cosa ho trovato! – disse entusiasta aprendo lo zaino.

Carlo spalancò gli occhi inorridito :- Un gufo?! La sventura si abbatterà su di te e sulla tua famiglia. Lascialo vicino alla panchina.

– Non ci penso minimamente di lasciarlo. Lo porterò in classe e lo farò vedere alla maestra.- replicò con orgoglio Fabio.

Rimise il piccolo rapace nello zaino e s’incamminarono verso la scuola. Durante il tragitto Carlo tentò invano di convincere l’amico a lasciare quel animale dall’infausta fama.

– Maestra ho trovato un gufo! – gridò Fabio alla vista dell’insegnante.

– Cosa stai dicendo, il gufo è un animale notturno.- rispose la donna con un sorriso.

Carlo intervenne con aria preoccupata :- Sì maestra un gufo vero! Non mi piace e poi , e poi porta sfortuna!

L’insegnate guardò incuriosita nello zaino di Fabio e prese il piccolo gufo impaurito dagli  enormi occhi gialli e sorridendo cercò di  dissolvere le perplessità del suo alunno.

Spiegò l’origine di tale fama, frutto di sciocche  superstizioni e raccontò della grande considerazione che, invece, l’animale aveva presso le tribù dei nativi d’America.

– I nativi d’America ritengono il gufo: simbolo di saggezza , di protezione verso gli uomini dalle forze delle tenebre e dai pericoli della notte. Lo chiamano Aquila Notturna  per la sua vista perfetta nell’oscurità. No, non dovete credere  che porti sfortuna. Noi siamo gli artefici della nostra vita. Ve lo dimostrerò! Ho un’idea chiederemo al preside se lo possiamo tenere sino alla fine dell’anno, così sarà più forte per affrontare il suo primo volo. Che ne dite?

Il coro fu unanime in un:- Sì!-  tranne Carlo che mugugnò. Il preside decise di farlo vedere da un veterinario e lo misero nella voliera vuota che stava nel giardino, anche se  mezza arrugginita era un’ottima dimora per il piccolo gufo.

Quella voliera era la testimonianza dell’amore verso i volatili del maestro Franco, una caro maestro andato in pensione. Era stato lui a costruire la gabbia e per diversi anni aveva ospitato molti uccelli, dalle gazze ai corvi, dai pettirossi ai fringuelli.

Il dirigente pensò bene d’informare il maestro che fu lieto di tornare nella sua vecchia scuola per accudire il volatile e fu affiancato da Fabio.

I giorni passarono veloci e le vacanze ormai erano una prossima realtà. La quinta B, presto avrebbe detto addio alla Scuola Elementare, ma avrebbe detto addio anche al gufo che nel frattempo era cresciuto.

Arrivò l’ultimo giorno di scuola e per l’occasione si organizzò una piccola festa di commiato alla quale invitarono i genitori e il caro maestro Franco.

Venne il momento di liberare il gufo e l’onore fu dato al maestro e a Fabio che lo aveva portato a scuola.

– Vi ringrazio di avermi fatto partecipe di questo evento, vi auguro di continuare i vostri studi con profitto e a te amico alato di vegliare sugli umani  e di volare libero nel cielo stellato. Però prima di aprire questa voliera ragazzi diciamo quella filastrocca che vi ho insegnato? – un sì esplose nel cortile:

– “GUFO GUFETTO

STAI LONTANO DAL MIO TETTO.

IL TUO VERSO FA PAURA

SENTIRLO PORTA SVENTURA.”

 Se sventura porterò

al buon Dio mi rivolgerò.

Non fu Lui che mi creò ?

Dal buon Dio sono andato

e con Lui ho parlato.

– Caro gufo la sventura

è figlia della paura.

Non sei tu il portatore

ma chi crede tu sia l’untore.

– mentre  recitava l’ultimo verso l’anziano maestro aprì la gabbia, i suoi occhi brillavano dalla commozione.

Anacleto, così lo avevano chiamato i ragazzi come il gufo di Mago Merlino, si fermò a guardare poi spiccò il volo.

Si posò sul davanzale della seconda B, guardò giù chi lo aveva aiutato, aprì le sue ali e planò verso i ragazzi quasi a salutarli e via verso la libertà.

Gli alunni della quinta B avevano gli occhi lucidi.

La maestra spezzò quel aria triste con una battuta :- Allora Carlo secondo te Anacleto ci ha portato sfortuna?

Tutti scoppiarono a ridere, lei sapeva in cuor suo che quel esperienza sarebbe rimasta impressa nelle loro menti e nel loro cuore.

Anacleto era cresciuto, ma in quei giorni erano cresciuti anche i suoi ragazzi. La vita li aspettava a braccia aperte come la notte aspettava Anacleto.

 

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Un’altra fiaba : Raggio di Sole

sole

Raggio di Sole era una splendida bambina di otto anni. La sua mamma l’aveva chiamata così perché era nata con un dolcissimo sorriso. Raggio di Sole amava cantare e la sua voce era melodiosa come il canto degli usignoli, amava l’armonia e dove arrivava portava allegria e amore. Era veramente come un bellissimo raggio di sole che incantava tutti, grandi e piccini. Tutti rispondevano al suo magico sorriso tranne il barone Della Torre che era sempre nero e guardava tutti con una cera da far paura. I bambini al suo passaggio si nascondevano solo Raggio di Sole non aveva paura di lui, anzi si avvicinava e gli chiedeva educatamente :- Come sta barone ? Le auguro una splendida giornata . E continuava il suo cammino cantando e salutando.

Una notte il barone prese il suo libro degli incantesimi perché non sopportava più la gioia di quella bambina. Sfogliò il libro solo con la forza del pensiero, lo poteva fare era uno stregone malvagio. Trovata la formula magica sogghignò felice della sua cattiveria e preparò tutto per distruggere Raggio di Sole.

Aspettò la bambina al tavolino del bar dove prendeva il suo caffè mattutino. Appena la piccola gli sorrise nel salutarlo lui bisbigliò: – Il tuo sorriso con la tua voce sol per me io terrò e mai più te li renderò.

Il sole si oscurò, un forte vento iniziò a turbinare alzando polvere e le foglie secche, gli uccelli schiamazzarono alzandosi in volo.

La gente cercò riparo ovunque, mentre lei rimase ferma con i suoi grandi occhi spalancati a fissare il barone, il quale già gustava la vittoria. Una donna gridò :- Raggio di Sole corri vieni qui! Quello è un demonio ! Scappa piccola mia!

Lei non mosse un muscolo, il suo cuore batteva forte e cominciò ad emanare una  luce azzurra e intensa.

Il barone Della Torre travolto dalla luce si alzò di scatto dalla sedia e iniziò ad agitare le braccia verso il cielo, il suo corpo sembrò come pervaso dalla forza di un fulmine e stramazzò a terra privo di sensi.

Nel cielo comparve un bellissimo arcobaleno, tutto il putiferio di pochi istanti prima svanì e nel silenzio si udì la voce calma e dolce di Raggio di Sole :- Non ho paura! Il mio cuore ti donerà amore, ne ho tanto.

Ti voglio bene.

In quel preciso istante il barone aprì gli occhi, si rialzò e ricurvo si incamminò verso il suo castello.

La gente uscì dai sui nascondigli improvvisati applaudendo la piccola, la quale non curante del loro consenso, corse verso il barone e gli prese la  mano :- Allora non hai compreso quello che ti ho detto?  Ti voglio bene! – disse donandogli un sorriso.

L’uomo la guardò e per la prima volta sorrise, mentre il vento gli asciugava le lacrime della sconfitta.

Il sole illuminò il piccolo borgo.

Ancora una volta l’amore aveva vinto sulle tenebre.