Il fantasmino Gelsomino e Nonno Oreste

Gelsomino e nonno Oreste

Il fantasmino Gelsomino e Nonno Oreste

Un nuovo racconto per i miei piccoli alunni della Scuola Primaria “A. Carrisi ” di Trepuzzi.

 

Gelsomino era un fantasmino giocherellone, ma da alcuni giorni era molto triste.

La vecchia casa dove viveva da trecento anni era stata abbattuta per costruire un centro commerciale e lui era rimasto senza dimora.

Iniziò a vagare per la città, ma i luoghi che visitava o erano troppo luminosi o troppo rumorosi.

Arrivò il giorno di Halloween e i suoi simili scorrazzavano felici tra i bambini mascherati che chiedevano “Dolcetto o scherzetto ” ai vicini.

Gelsomino si rannicchiò in un angolo buio, osservava malinconico il trambusto dei bambini e degli altri fantasmini.

Un nonnino passò accanto a lui e gli chiese :- Tu perché non vai a bussare alle porte ?

Spalancò i suoi occhioni neri e pensò :-  Come fa questo a vedermi ? Non sono un bambino!

l vecchio senza guardarlo rispose al suo pensiero silenzioso:- Gelsomino, Gelsomino non farti domande inutili e vai a divertirti.

– Parla facile lui , gira l’angolo e si rifugerà in casa, mentre io sono solo e senza un tetto!- continuò a brontolare dentro di sé.

– Vuoi venire con me piccolo?- gli chiese guardandolo.

– Oh sì !- esultò Gelsomino.

Si misero in cammino in quella tiepida serata autunnale.

Svoltarono il primo , il secondo , il terzo e ancora altri angoli , ma della casa neppure l’ombra.

Alla fine incuriosito domandò educatamente, considerando il suo rango :- Mi perdoni , ma la sua abitazione dov’è?

Il vecchietto non rispose e continuò a camminare, anche se con molta fatica .

Arrivati sotto un enorme ponte rallentò il passo e Gelsomino che gli svolazzava intorno vide che ogni persona che incontravano salutava con rispetto il suo accompagnatore e molti lo chiamavano Oreste.

Giunti davanti a un grosso scatolone tutto macchiato il nonno Oreste si fermò.

Ne aprì un lembo e invitò Gelsomino a entrare.

– Prego accomodati nella mia umile dimora.

– Uno scatolone? Pazienza perlomeno non sarò solo la notte di Halloween.

Quella notte per il fantasmino fu speciale, nonno Oreste gli raccontò mille storie e dolcemente si addormentò. Con lui passò diversi anni felici e quando fu tempo di volare lassù Oreste chiese al suo angelo un piccolo favore, poter portare con sé Gelsomino il suo nipotino Fantasmino per continuare a raccontagli tante storie.

12 settembre 2019

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Ormai da troppo tempo non scrivo più, ma stasera un evento mi dato una scossa nell’anima e mi sta spingendo, forse indegnamente, qui davanti al mio pc. Ho avuto l’onore di conoscere un grande poeta leccese Ninì Rucco, il padre di Rita, una professoressa e poetessa che ammiro. Ascoltare le sue poesie in vernacolo è stato estasiante per la loro musicalità, trasparenza, freschezza. Le poesie sulla sua consorte sono vere, palpabili all’animo umano nella loro delicatezza, anche il dolore è quasi accettabile ascoltando i suoi versi. L’eleganza e la profondità delle sue parole mi hanno più volte emozionata, ho sentito l’umido tra le ciglia, il nodo alla gola e un’esplosione nel cuore. Sono sensazioni che chi ama la poesia conosce. Comunque, tutto questo è niente a confronto della sua espressione. Lui era intento a ripetere con movimenti labiali e con gli occhi la sua poesia recitata, egregiamente, dalla dott.ssa Valentina Silvestri. La sua veneranda età non ha affievolito né il suo entusiasmo né il suo grande amore. Grazie per le sensazioni e per l’emozioni che hanno donato luce alla mia anima e al mio cuore.

 

12 settembre…

Parole dal sapore antico,

sotto volte di tufo,

danzano con melodie

generando emozioni pure.

Versi come impalpabili petali

svolazzano accarezzando cuori

pronti ad ascoltare.

Parole troppo vere

parlano all’anima,

risuonano negli anfratti dell’essere

aprono sguardi in quotidiane verità.

Buon cammino Stefano, tesoro infinito.

Vola cucciolo della nonna…

sarò alito di vento,

sarò battito d’ali,

sarò polvere di gesso,

ma stanne certo, domani,

accanto a te sarò,

superando i limiti umani.

nonna Totò

stefano

A Beppe e Giorgia 

21 settembre 1992 sembra ieri,

ma sono passati ventisette anni.

Anni volati come foglie colorate

in balia degli sbuffi autunnali di Eolo.

11 settembre 2019

un’altra data da ricordare.

Da accompagnato sarai accompagnatore.

Tu e la tua dolce metà stringerete le sue manine piccine,

tanto amate che stringono il vostro cuore.

Un portone si aprirà, oltre il quale non vi è concesso oltrepassare.

Vi fermerete, un nodo in gola vi smorzerà la parola,

orizzonti offuscati dalla gioia e dalle perplessità,

è la legge della vita.

Ora tocca a lui volare.

LA FESTA D’AMORE

Vi auguro una serena Santa Pasqua

con la poesia che ho scritto per i miei nuovi bimbi.

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LA FESTA D’AMORE

 

Suonate campane,

annunciate la festa!

È giorno di pace e d’amore,

ogni uomo apra il suo cuore.

Nel cielo volano le rondini,

nei giardini gai corrono i bambini .

Oggi, sorrisi e strette di mano

sono più potenti di un talismano.

Suonate campane,

annunciate la festa d’amore

che fa rinascere ogni cuore!

BIANCHINO, PESCIOLINO PALLIDINO

BIANCHINO PESCIOLINO PALLIDINO

Un giorno, nel Regno del dio Nettuno, nacque un pesciolino tutto bianco.

Tutti lo prendevano in giro, allora lui si rifugiò in una grotta sotto il Grande Scoglio e per tre giorni pianse disperato.

Passò di lì, quatta quatta, una meravigliosa Stella Marina e vedendolo si preoccupò.

– Piccolo perché stai lì rintanato a piangere? Forza, esci e vai a giocare con gli altri.

Tra i singhiozzi dalla grotta si udì una vocina – Tutti mi prendono in giro, mi chiamano “Bianchino pesciolino pallidino”.

– Mi dispiace tanto, ma tu devi reagire. Non ti curar di loro e sguizza tranquillo.

Non ci fu verso, il piccolo si rintanò ancora di più verso il fondo della grotta.

La Stella Marina decise di andare dal dio Nettuno, non si poteva vedere tutto quel dolore e rimanere indifferenti.

Arrivata da Nettuno gli illustrò la situazione che si era creata nel Regno.

Tale discriminazione minava l’armonia e la pace del mondo azzurro.

Il dio chiamò a sé i suoi sudditi con tre poderosi colpi di tridente sul fondale.

In men che non si dica ebbe tutti al suo cospetto.

– Dite Sire! –  esclamò preoccupato ser Polpo.

– Che accade? –domandò incuriosito il Delfino.

Dopo un sonoro chiacchiericcio il regno piombò in un terrificante silenzio e solo allora si udì la voce tuonante di Nettuno: – Mi è giunto all’orecchio che nel mio Regno stanno accadendo fatti inauditi, vergognosi! Tutti noi siamo diversi, ma non per questo l’uno è meno pregevole dell’altro. Non sono i colori delle squame o le dimensioni a rendere importante ognuno di noi. Pertanto decreto che il piccolo che vive sotto il Grande Scoglio non venga più importunato, tantomeno preso in giro. Riterrò responsabili voi delle azioni delle vostre proli! Siamo intesi pesce Donzella? Avete compreso pesce Perchia e voi pesce Pagello?

I nominati abbassarono lo sguardo.

– La seduta è sciolta! – sentenziò il dio del mare con tono severo.

Dall’alto del cielo la Luna aveva osservato tutto e chiese: – Nettuno che succede nel tuo magnifico regno?

– Carissima Luna è nato un pesciolino candido come il tuo viso ed è deriso da chi sfoggia sgargianti colori. Non so che fare oltre alla ramanzina appena terminata.

– Non disperare, ho un’idea molto colorata. Ci vedremo qui domani e vedrai.

Arrivò l’alba e il Sole iniziò a sorgere, quello era uno dei due momenti della giornata in cui Luna poteva parlare con suo fratello.

– Sole, fratellone mio, devi farmi un favore.

– Dimmi sorellina – rispose accarezzandola con i suoi raggi dorati.

– Devi illuminare una nuvola, far comparire Arcobaleno e chiedergli un raggio con i suoi colori. Io lo porterò a Nettuno così lui potrà salvare un piccolo pallido pesciolino dalla solitudine.

Il Sole sorrise alla dolce sorella e andò in cerca di una nuvola carica di pioggia. Trovata, la illuminò e nella vallata comparve Arcobaleno.

– Arcobaleno, gentilmente, donami uno dei tuoi raggi colorati è per un’azione buona e giusta.

Al tramonto Sole passò a Luna il raggio donato da Arcobaleno.

Quella notte Luna era bellissima, aveva il contorno del suo pallore illuminato da uno sfarfallio di colori, ma gli umani non lo potevano vedere.

Chiamò Nettuno: – Dio del mare prendi questo raggio colorato e lancialo nella grotta del piccolo pesciolino. Vedrai un’esplosione di luci e lui non sarà più bianco e pallido come me. Fammi questo regalo amico caro.

– Mi chiedi di farti questo regalo? Sei tu dolcissima creatura che stai donando la gioia a un piccolo abitante del mio regno.

Il dio prese tra le sue mani il raggio e lo scagliò nella grotta dove ignaro dormiva Bianchino.

All’improvviso si creò un vortice di luci.

Poi un’esplosione bianca invase il mare e dal centro iniziò a sgorgare una miriade di scintille colorate che inondarono dentro e fuori la grotta.

Il mare fu tutto illuminato destando i suoi abitanti. Tutti accorsero impauriti e incuriositi al Grande Scoglio.

Non fecero in tempo a porre alcuna domanda che dal fondo della grotta uscì un esserino bellissimo.

Aveva le squame di mille colori, le pinne e la coda candide come Luna.

Si avvicinò al cospetto del dio del mare timidamente: – Sire sono Bianchino – sussurrò abbassandolo sguardo.

Miss Sirena interruppe il silenzio che regnava per lo stupore generale.

– Nettuno e questo sarebbe il pesciolino tanto deriso? – e rivolgendosi al pesciolino – Sei bellissimo piccolo caro. Tu hai tutti i colori del regno.

Un’ostrica lo fece specchiare.

Incredulo iniziò a sguizzare qua e là felice.

Luna dall’alto del cielo sorrise all’esplosione di tanta felicità e pensò: -Aiutare chi ha bisogno ci fa sentire grandi e importanti, forse più di un re, ma soprattutto ci regala gioia e pace al cuore.

 

DOVE SEI?

tramonto donna

 

Ferma sul ciglio del sentiero maestro avvolta dalla solitudine, attendo.

Sguardo perso nel tempo alla ricerca di te.

Indietro solo ombre, visi sbiaditi incutono dolci malinconie.

Dove sei? In quale angolo di questa dimensione hai perso il senso del tuo andare.

Occhi rivolti al cielo scorgono solo spruzzi azzurri persi, qua e là, nelle mille sfumature del grigio quotidiano.

Figuranti passano davanti guardandomi con sguardi assenti e senza anima. Dove sei?

Perché mi hai lasciato la mano, perché hai permesso che ci perdessimo?

Il cuore batte forte, l’anima trema insicura del dopo e rivolge le sue attenzioni al prima.

I ricordi sono fantasmi pericolosi, incantatori. Loro sono ammaliatori come le sirene per Ulisse.

Sto ferma e inerte godendo delle loro evoluzioni, le membra sono pesanti, la testa è vuota e stanca di

pensare. Dove sei?

Le mani sono rivelatrici con le loro bronzee macchie del tempo andato, le stringo quasi a darmi forza, afferrano solo il vuoto e fanno tanto male.

Dove sei piccola mia?

Una voce argentina mi scuote dal torpore e dall’apatia che mi attanagliano l’essere.

Tra le ombre del prima un luccichio m’indica la tua presenza. Ecco dove ti ho persa, quando non lo so.

Vorrei venire a riprenderti, ma su questo sentiero tutto scorre verso il tramonto, non sono concessi passi a ritroso.

Grido forte con tutta la voglia di vivere che ho, ancora, in corpo: – Corri! Vieni! Non farò un solo passo senza di te.

La tua luce risplende sulle ombre, all’improvviso un soffio di vento ti libera dalle grinfie dei tempi passati.

– Eccoti finalmente!

Un abbraccio m’infonde vita e luce. Guardo le mie mani hanno meno macchie, le stringo a pugno non sono doloranti e risplendono di luce.

– Dove sei? Di nuovo sei svanita?

La tua voce esplode nella sua freschezza dal mio cuore:

– Ora vai, riprendi il tuo cammino. Non sarai mai sola se dentro di te mi cercherai. Non mi troverai nei ricordi, ma in ogni passo che tu farai nel domani. Le tue orme sono le mie, ricordalo. Ora sorridi e vai.